( sabato, 28 novembre 2009; 12:18 )
Esiste una Bellezza,
spontanea ed elegante,
che muove dai capelli,
mentre danzi leggera.
Sembra uno squarcio
su un futuro immenso,
dove l'Universo ferma
per concedersi ingenuo
una visione dorata.
Polvere di stelle,
t'avvolge argentea,
t'illumina.
Esiste una Bellezza
spontanea ed elegante,
che ha modellato linee
sinuose del tuo viso,
del tuo corpo algido,
a farle rassomigliare
ad una visione onirica,
dove spazio e tempo
perdono d'importanza.
E fra le luci confuse
scorgo nel tuo sguardo
un riflesso d'anima,
un ammaliante
spiraglio
sull'infinito.
( giovedì, 26 novembre 2009; 15:25 )
Fausto Rossi, in arte Faust'O, è stato uno dei massimi esponenti della New Wave italiana.
Principiando la propria carriera con Suicidio (1978) egli si propone come una figura ambigua, al limite fra ironia, critica sociale ed esibizionismo glam. Ripescando dalla New Wave, soprattutto David Bowie, ed i Joy Division, l'opera può vantare la title-track, inno gelido e cinico quanto disilluso, ma anche Godi, contro il pebenismo sessuale, e C'è Un Posto Caldo, tutti brani che forzano di molto soprattutto sulle tematiche poco comuni e sulla ricerca di una musica personale dal respiro internazionale. I risultati, a tratti scadenti e poco equilibrati, sfocati e pco incisivi, intaccano però la qualità di questo esordio.
Poco Zucchero (1979) rimane vicino al primo album riguardo allo stile complessivo, am perde parte dell'ironia per calarsi in un clima più cupo, depresso e nebbioso. Funerale A Praga vede in primo piano un sax ma l'album è ventao di sintetizzatori e di una devastazione sentimentale palpabile. Oh! Oh! Oh! e Il Lungo Addio sono così momenti valevoli, che portano in una sorta di Dark Wave disincantata, guidata da una musica sottilmente funerea e da una disperazione palpabile.
J'accuse… Amore Mio (1980) segna una decisiva maturazione. I coevi Litfiba potrebbero invidiare Piccole Anime, un inno incalzante e nevrotico degno del respiro internazionale. Non è da meno la surreale Retroattività, un balletto meccanico, o ancora Disaster che sembra una versione nevrastenica di Rino Gaetano. Buon Anno è ormai pienamente nel centro della claustrofobia urbana, un incubo Dark Wave degno dei Diaframma o, ancora di più, dei Joy Division, ma con certi sperimentalismi alla Roxy Music. Non Mi Pettino Mai è la fotografia di questa tensione schizofrenica che Rossi mostra soprattutto con un cantato irrequieto. Finalmente capace di mettere a frutto tutte le intuizioni che portano ad uno stile personale, Rossi coniuga un cantato malinconico, angosciante e cupo ad una veste musicale che, pur rimanendo non troppo distante dai canoni della Dark Wave internazionale riesce a far valere spunti personali e mix interessanti. Probabilmente è lui il padre della secna New Wave italiana che nascerà al principio degli anni '80.
Out Now (1982) si presenta sorprendentemente come un album totalmente strumentale, dove le voci appaiono semmai riverberate e distanti, come elementi di contorno. Rossi ha elaborato una Dark Wave cupa, triste e drammatica che giunge al suo meglio in The Sound Of My Walls, seppure anche la conclusiva Amedeo's è un affresco metropolitano desolante.
Faust'O (1983) è destinato a rimanere il suo capolavoro, il momento di equilibrio della maturità musicale. Dopo degli esordi irrequieti ed a tratti sfocati, Rossi riesce finalmente a giungere ad una musica dal respiro internazionale, che presenta arrangiamenti intriganti, una veste musicale Dark Wave sufficientemente originale e personale ed un buon canzoniere, con pochi momenti deboli. Il disco è elegante ma non meno drammatico e tragico, tano che il nichilismo è freddo, disilluso e sofferto, come una versione oscura di Battiato. E Poi Non Voltarti Mai e Jeraldine sono così confessioni che vivono di batterie pulsanti, bassi profondi, sintetizzatori spettrali. Ogni Fuoco è una versione anemica dei Diaframma di Siberia così come Ch'an Cha Cha prova una musica latina malinconica e disperata, una malegria devastante per l'animo mentre le percussioni alimentano una danza che manca di serenità. Si giunge al lamento in Stracci Alle Fiamme, un'altro momento di trionfo di una sezione ritmica ossessiva e deprimente. Cinque Strade è scheletrica, un Funk catacombale, disturbato dai sintetizzatori e minacciato dal silenzio della morte. Il capolavoro della sua carriera ed uno dei capolavori della New Wave italiana è però We Turn Away, un giro di basso ed un battere ossessivo dove Rossi snocciola una triste e malinconica confessione decadente con folate di sintetizzatori e sbuffi rumorosi, in un clima teso, nervoso, mortifero, cupo. La desolazione attraversa dolorsamente Alien, ancora caratterizzata da un ritmo possente distrutto da archi singhiozzanti ed un cantato sempre più deformato, disperato, sempre più fantasma invece che uomo. Certo si avvertono i richiami della Dark Wave ma Rossi apporta una forte caratterizzazione personale ai brani, come si può sentire in Rip Van Winkle, per nenia mongola ed echi religiosi. Questa Dark wave è priva di energia e mischia un intento sotterraneo ballabile ad una devastazione da spleen, generando una danza macabra, gelida, che diventa nel contesto quasi meccanica, robotica e quindi arida di emozioni, vuota, empia. Operando esercizi di straniamento della musica tramite elementi personali (testi in più lingue, canti mongoli, voci filtrate, frasi visionarie, strutture a tratti scheletriche ed essenziali che facciano avvertire un silenzio incombente) Rossi ha così costruito un'opera affascinante, degna di stare al fianco dei migliori album di Dark Wave del periodo, rinunciando al titolo di capolavoro solo per quella non invasiva ma comunque avvertibile derivatività verso i padrini del genere (qui soprattutto i Joy Division riecheggiano frequentemente).
Love Story (1983) è un album ancora più coraggioso e decisamente più ostico, nonostante la semplicità non sia mai stata una caratteristica preponderante di Rossi. Tutto in lingua inglese, l'album riduce gli arrangiamenti, dilata la musica e risulta un terribile manifesto di desolazione, misantropia ed empietà. Two Walls, Overtones e Big Beat, quest'ultima con la possente base ritmica, sono momenti di vivida devastazione emotiva. L'album risulta un po' ripetitivo ed eccessivamente omogeneo ma sicuramente mantiene una cifra stilistica personale, vicina forse a certi Joy Division (di nuovo).
Cambiano Le Cose (1992) ha un titolo profetico, visti anche i sette anni di distanza dall'album precedente. Più aristocratico ed elegante, vicino molto di più a certe pose di Battiato, è un album più affascianto dalla melodia, nonostante questa continui ad essere interpretata in modo personale e stravagante, ma non è un'album meno coraggioso e sperimentale. Guarda L'Autunno sarebbe un brano normale se fosse spogliato degli echi, del vuoto incombente, dei fischi lievi, del cantato apatico. Il Fiore A Cui Pensavo integra elementi di Ambient malata, così come la tetra Lacrime, uno dei suoi capolavori, con un recitato da moribondo su suoni sparuti ed ectoplasmatici. In questi luoghi di desolazione e buio eterno vivono anche Il Cielo Si Trasforma, Stardust ed il finale Dark Ambient di Otropuldo. L'album, coraggioso e forse il più personale e meno derivativo di tutta la carriera, soffre solo una certa omogeneità e di qualche pisodio minore (Morbide Macchine su tutte) ma si pone all'avanguardia della musica italiana.
L'Erba (1995) è più vicino ad un Rock canonico, seppure la dilatazione e la desolazione rimangano cifre stilistiche più che evidenti ed il carisma di Rossi sia ormai capace di dominare una fusione musicale che ha caratteristiche di unicità. La title-track è uno dei brani più vicini al Pop/Rock degli ultimi album ma Solo Un Respiro affoga in una mistica Ambient soffusa con un finale arabeggiante. Una vibrante sensazione d'apocalisse imminente trionfa nella splendida Perchè Il Mio Amore, degna del migliore Giorgio Canali. Rossi canta come un moribondo che trema sentendosi la morte vicina, come in Troppe Canzoni, vicina ad una estetica praticamente Post-Rock, seppure la commistione di varie ispirazioni sia ormai personale e matura. La notevole Chiudi Gli Occhi è una triste e sconsolata riflessione sull'amore, con ritmi inquieti, echi orientali, chitarre spettrali. Brani come Il Vuoto Davvero soffrono magari il peso del tempo, ma sono degni dell'album del 1983.
Lost And Found (1996) è un live album che raccoglie nuove composizioni e brani rivisitati, ma lascia poco dopo l'ascolto che Rossi non abbia già detto nelle sue opere precedenti.
Exit (1997) gravita in un Post-Rock desolato che è molto vicino a quello che farà Canali nella sua carriera solista. Exit è così una commovente disamina disillusa, una ballata sofferta e tragica, intensa e grondante dolore su un tappeto di chitarre distorte. Mostri diventa persino violenta, richiamando i Sonic Youth. Cambiata la veste musicale, rimane un clima asfissiante, disperatissimo che pervade completamente il Post-Rock dalle strutture caracollanti di Strani Pensieri. La componente musicale che questa volta viene prosciugata è uno sgangherato Blues/Rock, straniato però fino a diventare un sottofondo onirico come in Tutto E' Possibile. Il lungo spoken-word di Blues ricorda gli esperimenti di Henry Rollins. L'album, emotivamente devastato e musicalmente capace di piegare il Blues/Rock ed il Rock ai bisogni di una poetica estremamente decadente, soffre di qualche prolissità ma conferma la statura di un artista di grande pregio nel panorama italiano, capace di avere voce in capitolo anche nel panorama internazionale come fautore di una musica che, soprattutto dal 1983 in poi, si è dimostrata particolare e sufficientemente personale (con le dovute specifiche considerazioni dei vari casi).
Becoming Visible (2009) è un album di ritorno sulle scene estremmanete deludente, che riduce ogni eccentricità e ricorda semmai le melodie dei Beatles ed il Folk di Dylan prima della svolta elettrica. Solo la capacità interpretativa sorregge questi brani acustici, quasi sempre banali anche nella loro tristezza e nella loro intimità intense.
Voti:
Suicidio 6
Poco Zucchero 6
J'accuse, Amore Mio 7
Out Now 6,5
Faust'O 7,5
Love Story 7
Cambiano Le Cose 7
L'Erba 7
Lost And Found 6
Exit 6,5
Becoming Visible 4
( lunedì, 23 novembre 2009; 22:29 )
Hai sbagliato troppo,
hai umiliato la fiducia
e scarnificato il sentimento.
Hai distrutto la luce,
affogata nel pozzo
di una tua ansia senza fine,
di una paura cieca,
che sventolava una mannaia
che mi ha castrato.
Sei la mandante
di una strage dell'anima.
( domenica, 22 novembre 2009; 14:25 )
Gli Os Mutantes sono una delle formazione più stravaganti di tutti gli anni '60, una band brasiliana che cerca un connubio fra Folk, Rock, Psichedelia, Samba, Bossanova. Tutta la loro carriera, almeno fino al 1971, è anche pervasa da una ironia dissacrante, anarchica ed incorreggibile, che è eredità di Zappa, degli Holy Modal Rounders, dei Bonzo Dog Doo-Dah Band.
Partendo dalla musica della corrente Tropicàlia, gli Os Mutantes si rifecero anche alle opere di artisti come Gilberto Gil e Caetano Veloso. Ovviamente è facile intuire che non fossero in molti a poter vantare un così variegato e personale mix sonoro, capace di distinguersi efficacemente anche dai modelli del Rock Pscihedelico inglese. Nella corrente Tropicàlia sono da considerarsi fra i massimi artisti di sempre.
Os Mutantes (1968) contiene diverse cover, ma si tratta di cover solo per modo di dire. Panis et Circenses è per esempio un tripudio di vitalità e creatività, di acidi lisergici, musica concreta, balli sudamericani. Così fra cover ed originali l'album è una festa di colori, droghe e stramberie musicali, con episodi come A Minha Menina, O Relógio, Baby, la delirante Bat Macumba, la pseudo-liturgica Ave Gengis Khan. Una ironia irriverente, fra l'infantile ed il gioioso, fra il visionario ed il corrosivo, attraversa tutto l'album, assieme ad una forma mutevole, cangiante, che ingloba elementi musicali dalla tradizione brasiliana ibridandoli col Rock inglese all'LSD.
Mutantes (1969) diventa facilmente il loro capolavoro. I brani, ora per la maggior parte originali, sono ancora anarchiche escursioni stilistiche e culturali, affreschi ironici e demenziali entusiasmanti. Dom Quixote si apre epica, poi diventa meramente psichedelica ma si prodiga in filastrocche ipnotiche ed in distorsioni cacofoniche. Não Vá Se Perder Por Aí, altro capolavoro acido, anticipa una tracklist piena di momenti che vivono di una eccentricità sorprendente, che principia da Pink Floyd e dal Brasile giungendo però ad un mix personale e definitivamente caleidoscopico e creativo. Dois Mil e Um, Fuga № II, la rivisitazione incredibile di Banho de Lua (Tintarella di Luna), la giostra deformante di Magica e la conclusiva Caminhante Noturno, con tempeste percussive e assalti sonori, sono i momenti migliori di un album dimenticato, misconosciuto e sfortunato che merita di stare accanto ai capolavori del Rock psichedelico inglese.
Inclini al collage sonoro, all'utilizzo di fonti sonore disparate e di fusioni azzardate, gli Os Mutantes sono uno strano punto di equilibrio fra avanguardia, delirio acido e scherzo da cabaret.
A Divina Comédia ou Ando Meio Desligado (1970) è una ibridazione che accentua gli elementi Rock, riducendo l'eccentricità ma ancora capace di consegnare numeri indimenticabili. Quem Tem Medo de Brincar de Amor è un altro dei loro capolavori, un refrain degno dei Beatles, straniato da deliri alla Pink Floyd, fischi siderali, musiche brasiliane. Oscura e quasi inquietante è invece Ave, Lúcifer ma molto più divertente è Meu Refrigerador Não Funciona, una sorta di dramma casalingo da cabaret, una versione straniante, assurda e surreale della drammaticità dei King Crimson.La versione che propongono di Preciso Urgentemente Encontrar um Amigo vale quelle del primo album, così come Chão de Estrelas. Oh! Mulher Infiel, lo strumentale che chiude l'album, entra invece pienamente nell'Hard Rock nascente, persino nell'Heavy Metal che i Black Sabbath stavano principiando nel medesimo periodo.
Jardim Electrico (1971) inizia a mostrare un calo di ispirazione ed una veste musicale meno "unica". Certo,El Justiciero vale i loro capolavori: un quadretto spagnoleggiante che è un delirio musicale, surreale e orecchiabilissimo. Anche l'assalto elettrico e percussivo di Jardim Elétrico e Top Top si fanno apprezzare, ma il resto dell'album pur senza scadere nella banalità mostra qualche buon refrain e qualche bel momento, senza entusiasmi e grandi novità.
E Seus Cometas No Pais Do Baurets (1972) è ormai normalizzato, appianato ai livelli del Rock psichedelico che dilaga in Europa. Cantor de Mambo potrebbe però essere tranquillamente di Santana mentre Mutantes E Seus Cometas No País Do Baurets, in 10 minuti, amoreggia anche col Jazz/Rock, seppure psichedelico. Il resto, più o meno, è però simile a quello che fanno tante altre band psichedeliche, con qualche stranezza sparsa qua e là a vivacizzare brani non certo indimenticabili.
"A" e o "Z" (1973), con una formazione mutilata, è composto da 6 lunghi brani che hanno come caratteristica principale il dilungarsi in eccesso, come da lezione del Prog-Rock a cui cercano di somigliare.
Tudo Foi Feito Pelo Sol (1974) non andrà meglio, mostrando brani senza carattere, prolissi e infinitamente meno stravaganti di quelli dei momenti migliori. Gli Os Mutantes sono adesso un diligente gruppo di Rock con sfumature Progressive.
Everything Is Possible (1998) è un Best Of che è utile a conoscere una formazione sottovalutata (anzi, spesso proprio ignorata).
Haih Or Amortecedor (2009) ripropone di fatto un suono meno assurdo e stravagante dei loro primi 3 album, col difetto che lo propone quarant'anni dopo. Magari può aiutare ad uscire dall'anonimato la formazione, ma artisticamente è l'album più inutile della loro carriera.
Voti:
Os Mutantes 6,5
Mutantes 8
A Divina Comedia 7
Jardim Eletrico 6
E Seus Cometas No Pais Do Baurets 5,5
A E O Z 4,5
Tudo Foi Feito Pelo Sol 5
Everything Is Possible 7
Haih Or Amortecedor 4
( domenica, 22 novembre 2009; 02:20 )
Sei la mia rabbia più triste,
la delusione più amara.
Sei il simulacro della perdita,
il motivo dei pianti,
la spinta all'odio d'ognuna.
Sei il solco nell'anima
riarsa e secca, arida.
Sei l'emblema dell'ingiusto,
il tradimento che sgorga naturale;
sei quella per cui è tutto
da rifare.
Sei quello che ho lasciato,
il passato morto e sepolto,
che puzza di cadavere.
Sei la speranza sotterrata,
la luce fioca e smorzata.
Sei la notte del cuore,
il freddo dell'anima,
la stasi dell'esistenza.
Sei la strada perduta,
l'abitudine smessa,
la convinzione infranta,
lo specchio scheggiato,
il sangue che cola,
il respiro affannoso,
l'ansia, il rancore,
il panico, l'insonnia,
la difficoltà, la paura,
la tensione, l'amarezza,
la meschinità, la menzogna,
la corrosione, la ruggine,
l'apocalisse, la devastazione,
la siccità, l'oscurità,
la famelica bestia ammaliatrice,
la bambina con le forbici,
la dolce morte affascinante.
Sei il simbolo,
l'immagine sinuosa,
sei l'anima mia nebbiosa,
tu, la ragione di questo Male,
il vessillo conficcato nella Speranza,
capo chinato e testa a sanguinare.
Sei la Fine,
puntuale e aspettata,
meretrice di ogni domani,
di ogni futuro,
di ogni emozione;
così grande da risucchiare l'Abisso,
inglobarlo in occhi d'Amore
che orribilmente tramutano
in vermi affamati della carne
di ogni mio attimo di serenità.
( venerdì, 20 novembre 2009; 18:03 )
Robert Plant iniziò una carriera solista dopo i Led Zeppelin in cui inizialmente cerco di riproporre un suono sulle coordinate dell'Hard Rock e del Blues/Roc in Pictures At Eleven (1982), con Burning Down One Side.
The Principle of Moment (1983) con Big Log non cambia di molto la questione, cosa che invece tenterà di fare Shaken 'n' Stirred (1985), con Elettronica, Funk e Disco, con risultati però mediocri ed incolori (il meglio è Hip To Hoo).
Now and Zen (1988) torna però ad un sound Blues/Rock, giusto un po' imbellettato per la fine della decade anche grazie ad un nuovo tastierista.
Manic Nirvana (1990) si presenta più incisivo e affilato, con brani come Nirvana e Anniversary che rischiano di farne il suo album migliore.
Attenuati gli eccessi dei Led Zeppelin, Plant ha ridotto al minimo l'innovatività della sua musica, proponendosi semmai come uno stazionario interprete del Blues/Rock, con giusto un episodio chiaramente ispirato ad un suono più elettronico.
Fate Of Nations (1993) punta su un suono più acustico e cameristico, annullando l'originalità e mostrando un consumato cantante che, col suo tono carismatico, non risolleva canzoni prevedibili e poco personali.
Dreamland (2002) raccoglie delle cover zoppicanti (p.e. una versione scialba di Song To The Siren di Buckley).
Mighty ReArranger (2005) è al solito senza motivi di interesse, barcollante fra Pop/Rock, Folk/Rock, Country e Rock classico. Il risultato è imbarazzante, senza personalità e senza carisma. Raising Sand (2007) raccoglie altre cover.
Voti:
Pictures at Eleven 5
The Principle of Moments 4,5
Shaken 'n' Stirred 5
Now And Zen 4,5
Manic Nirvana 5
Fate Of Nations 4,5
Dreamland 3
Mighty ReArranger 4
Raising Sand 3
( lunedì, 16 novembre 2009; 17:17 )
Gli inglesi Led Zeppelin sono una delle formazioni fondamentali dell'Hard Rock, genere che contribuirono a far nascere assieme ai Black Sabbath ed hai Deep Purple. La loro influenza sui gruppi della scena Hard Rock ed anche su buona parte dei gruppi Heavy Metal di stampo più classico è innegabile ed evidente, tanto che sono una delle ispirazioni più prevedibili della Storia del Rock.
Jimmy Page, reduce dagli Yardbirds, impose uno stile chitarristico fatto di riff potenti e veloci, evolvendo i semi dell'Hard Rock gettati da Kinks, Cream, Who e Rolling Stones. Robert Plant impose uno stile vocale che estremizzava quello del Blues piroettando in continui spasmi vocali, acuti frequentii e tutta una serie di imitazioni orgasmiche e pseudo-sessuali. John Paul Jones al basso ed alle tastiere e soprattutto John Bonham dietro le pelli completano la formazione.
Partendo dal Blues/Rock i Led Zeppelin giunsero ad una musica che era veloce, potente e aggressiva, irrequieta ed ipercinetica. Contribuirono ad imporre anche uno stile compositivo che sarebbe diventato uno standard dell'Hard & Heavy: canzoni lunghe, piene di assoli ma con un ritornello accattivante ed una propensione ad integrare sezioni più soft ad altre più hard. In questo i Led Zeppelin dimostrarono quell'auotcompiacimento logorroico e quelal ambizione smisurata che è propria di molto Heavy Metal e Hard Rock ma furono ameno giustificati dal fatto di essere diventati la prima formazione a pubblicare hit da radio che non seguissero effettivamente lo standard radiofonico: gli Zeppelin ebbero il grande merito di cambiare per sempre lo stile di canzoni da passare in radio.
Ad oggi la band ha venduto qualcosa come 300 milioni di dischi.
Led Zeppelin (1969) è il loro capolavoro e l'album che garantirà alla formazione un posto nella Storia del Rock. Lo stile, oltre che dal Blues e dal Rock degli anni '50 e '60 è anche influenzato dalla scuola psichedelica, soprattutto dai Pink Floyd. Good Times, Bad Times è la sintesi del loro Hard Rock alternato ad un Blues/Rock più composto. Babe I'm Gonna Leave You, che in sostanza è una cover, mostra le doti di canto isteriche di Plant e Communication Breakdown mostra tutta l'aggressività ed i decibel che la band riesce a scatenare. Che però la questione fosse più articolata lo mostra la mistica Black Mountain Side, D'altra parte l'album verrà bersagliato per i frequenti richiami e le citazioni sparse, come in How Many More Times che prende in prestito un tema di Howling Wolf. La svolta non fu tanto per le canzoni in sé ma per alcuni particolari, in primis la chitarra tellurica di Page, veloce, tagliente, sempre pronta a librarsi in cavalcate affascinanti ed assoli stellari. Page impose uno stile vocale che deformava quel Blues/Rock primigenio in un canto disperato, violento e scosso dalle emozioni e dalle puslioni sessuali. Bonham batte in uno stile di derivazione tribale, conferendo vitalità ed energia anche allo standard Blues più opaco. In sostanza questo esordio porta in sé una rivisitazione del Blues/Rock che, rispettando i propri canoni strutturali, viene però lentamente e costantemente deformato, elettrificato, iniettato di adrenalina. I Led Zeppelin imposero un'attitudine più che delle canzoni, un'attitudine nuova al vecchio Blues/Rock, creando di fatto un nuovo stile (copiatissimo negli anni a venire) e contribuendo alla nascita di un nuovo genere musicale.
II (1969) mostra come questa forma di Blues/Rock aggressivo potesse diventare quasi brutale con Whole Lotta Love (che rigrazia ou Need Love di Willie Dixon), uno dei brani-modello del nuovo stile: chitarre taglienti, cantato isterico, orgasmi simulati e parte centrael psichedelica di chiara derivazione Pink Floyd per allungare un po' il brano. Se nemmeno nel primo album trionfavano le canzoni, sempre citazioniste e un po' derivative, ma spiccava lo stile, il secondo album non fa eccezione, anzi è ancora più sfacciato nei "prestiti" da altri artisti. The Lemon Song scopiazza la classica Killing Floor di Howling Wolf e Bring It On Home deve più di qualcosa a Willie Dixon. Il resto dell'album riprende il primo album senza troppi fornzoli, semplicemente cercando di condensarne le idee ma Moby Dick, con lungo ed in parte superfluo assolo di batteria fallisce l'opera di sintesi, che riesce meglio in Heartbreaker. In sostanza, però, l'alum non introduce granchè di nuovo nella loro carriera.
III (1970) è probabilmente cosciente dei limiti di varietà dello stile del primo album e dei limiti di ispirazione della formazione, così ammorbidisce la formula integrando elementi di Folk oltre ai soliti richiami Blues e Rock. Immigrant Song è l'unico brano degno del loro virulento Hard Rock mentre il resto, dove spicca l'orientaleggiante Tangerine, non fa che confermare il calo artistico.
Sorprendetemente sarò proprio il Folk però a favorire una seconda nascita alla formazione, principiando una nuova fase con IV (1971), fatto di canzoni complesse ed articolate che integrano Hard Rock, Blues e Folk. Rock And Roll e Black Dog aggiungono elementi Hard Rock ma i momenti migliori sono in When The Levee Breaks, che mostra nuove prospettive del loro sound nervoso. Tutta una parte dell'album è fatta di brani sospesi fra Folk e psichedelia come Going To California e Battle Of Evermore. Il capolavoro di tutta una carriera è però Stairway To Heaven, leggendario inno del Rock e sintesi sublime di tutti i loro stili e di tutte le loro influenze, dal Folk soffuso e psichedelico al Blues/Rock all'Hard Rock devastante nel finale, questa canzone da sola impose un modello elaborato di Hard Rock, meditato e persino intellettuale che avrebbe fatto scuola per la generazioni di musicisti a venire. IV riesce finalmente a suonare come qualcosa di nuovo rispetto al primo album e se ne differenzia soprattutto nei punti cardine: c'è sicuramente un nuovo stile, evoluto da quello originario, ma c'è anche una maggiore personalità nelle canzoni, qualcosa che superi l'attitudine e che invece trovi forma concreta in canzoni che sono sintesi efficaci, potenti, dinamiche, articolate. L'esordio ha inventato uno stile ed ha quasi in solitaria inventato un genere, proponendo un nuovo modo di fare Rock, ma questo IV ha proposto un modello impeccabile di Hard Rock evoluto, meditato e più complesso. Il primo è un album rivoluzionario (almeno per certi aspetti) , questo è un album formalmente più maturo, equilibrato e definito. I Led Zeppelin sono maturati artisticamente, hanno perduto la tediante derivatività di cui soffrivano ed il loro gusto per il plagio più o meno evidente e sono diventati una band di Folk/Blues/Hard Rock, aperta a più contaminazioni e forte di uno stile più personale. Per la Storia del Rock rimane più importante il primo album ma è indubbio che IV ha affinato proprio lo stile che in quell'esordio è stato inventato, mostrandone nuove doti espressive. I e IV rappresentano quindi, congiuntamente, il testamento artistico della formazione.
Houses of the Holy (1973) azzarda uno spettro stilistico ancora più ampio, ma non tutto è impeccabile. La formazione pecca di ambiziosità ed i risultati sono confusi ed un po' sfocati, nonostante il Reggae di D'yer Mak'er e brani come Over The Hills And Far Away e No Quarter. Non valgono completamente l'ascolto invece Dancing Days, il Funk di The Crunge ed il numero Pop/Rock di Dancing Days.
The Song Remains The Same (1973) fotografa l'abilità live della formazione, che concedeva spettacoli pirotecnici e diltava i brani all'inverosimile. Page dà libero sfogo alla sua fantasia e Bonham può far vibrare le pelli mentre Plant e Paul Jones rimangono maggiormente ancorati al sound di studio. I momenti più entusiasmanti sono in questo senso nel delirio di Dazed And Confused, che sfiora i 27 minuti. La versione da 12 minuti abbondanti di Moby Dick, seppure il pirotecnico Bonham sia spettacolare, sono un po' prolissi ed autocompiaciuti.
Di certo ai Led Zeppelin non mancava una delirante ambizione. Dopo aver trovato, zoppicando, una evoluzione dello stile del primo album in IV, la band prima prova numerosi stili su Houses Of The Holy e poi pubblica Physical Graffiti (1975) che si dilunga in 82 minuti di musica seguendo lo stile di IV per molti brani. Di per sé le singole canzoni non entusiasmano ma danno fondo a tutte le idee del gruppo e soprattutto vedono spiccare Bonham e Page, entrambi capaci di aumentare sempre più l'impronta dei propri strumenti. L'Hard Rock di Custard Pie, Sick Again, The Rover, Night Flight, della fin troppo lunga In My Time of Dying si alterna al Blues/Rock banale di Houses Of The Holy e Ten Years Gone, alle ballad come In the Light o al sound acusticheggiante e vagamente psichedelico di Bron-Yr-Aur e Down by the Seaside. Fra tutti questi brani però spicca solo The Wanton Song, che però non manca di citare il loro passato, e soprattutto Kashmir che in otto minuti e mezzo costruisce una atmosfera da thriller fra echi oreintali e psichedelia, una perla nello stile dei Pink Floyd ma venata del loro Hard Rock misticheggiante, quello che attraversa Stairway To Heaven. Autocompiaciuto e ambizioso fino all'arroganza, Physical Graffiti ha il difetto di dluire tante buone idee, trovando non una sintesi ma una diluizione. Si tratta dell'album dove Bonham e Page spiccano di più, proprio grazie a questa dilatazione, ma non inventa né uno stile nè si fa ricordare per le canzoni memorabili (tranne Kashmir, appunto).
Presence (1976) aggiunge la lunga e prolissa Achilles' Last Stand mentre il resto non aggiunge niente a quanto la band abbia già detto, nemmeno nei nove minuti e mezzo di Tea For One. Un album fiacco, molto probabilmente il peggiore fino a questo momento della carriera.
In Through The Out Door (1979) non è meglio ma introduce tastiere elettroniche ed un sound ormai Pop/Rock. In The Evening è l'unico momento valido ma il resto è tediante, vedi Carouselambra che in 10 minuti fa tanto chiasso e non dice nulla di interessante.
La formazione abbandona una carriera stellare a causa della morte del batterista Bonham per overdose di alcoolici.
Coda (1982) conclude indegnamente la carriera con scarti e materiale raffazzonato ed inutile.
I Led Zeppelin hanno conosciuto un successo planetario e sono diventati una delle bandiere del Rock britannico di tutti i tempi ed uno dei modelli più seguiti degli anni '70 ed '80. La loro carriera ha principiato con un biennio rivoluzionario, con due album notevoli, il pimo ed il quarto, a cui si aggiungono alcune valide canzoni dal secondo e dal terzo. Il seguito della carriera ha segnato un calando prima timido e poi brusco dal 1976 in poi, fino alla morte di Bonham ed allo scioglimento.
Voti:
I 8
II 6,5
III 6
IV 7,5
Houses Of The Holy 6,5
Physical Graffiti 6,5
Presence 5
In Through The Out Door 5
Coda 4
( venerdì, 13 novembre 2009; 14:02 )
I Whitesnake di David Coverdale sono una band inglese che ha proposto negli anni un Hard Rock con spunti Blues/Rock che si è evoluto dopo circa una decade in un sound più vicino all'Heavy Metal pre-Iron Maiden di matrice britannica. Le ispirazioni sono i Deep Purple (in cui Coverdale ha militato), i Led Zeppelin, saltuariamente i Rush ed in generale molta della scena britannica degli anni '70, ancora imparentata al Rock'n'Roll ed all'R'n'B. Per certi versi gli Whitesnake furono la controparte inglese degli AC/DC, stentoreamente ancorati ad un sound che negli anni ha trovato sintesi più efficaci ma che non ha mai conosciuto una vera evoluzione. La band non ha mai potuto fregiarsi di aver proposto una formula discretamente originale ed ha basato il proprio successo su brani efficaci, ballate riuscite e refrain accattivanti che, però, non hanno mai brillato per originalità e tantomeno per innovatività.
Snakebite (1978) e Trouble (1978) sono lavori acerbi di prevedibile Blues/Rock con tinte Hard & Heavy, anche se del secondo si fa ricordare Take Me With You.
Lovehunter (1979) si muove sui medesimi territori ma presenta un sound più tagliente e Long Way from Home e la title-track a guidare la tracklist.
Ready An' Willin (1980) ha una migliore resa sonora e Coverdale si presenta in ottima forma, mostrando le doti vocali di un cantante di grande impatto. Mancano sempre le canzoni, ma la formazione mostra una lenta ma costante crescita. Blindman rimarrà fra i loro classici e Fool for Your Loving merita un posto d'onore nel canzoniere. Il resto della tracklist, con maglia nera al trittico finale, non lascia però la stessa sensazione di entusiasmo e di novità dopo l'ascolto.
Come An' Get It (1981) delude però le aspettative e ritrita stereotipi in Hot Stuff, Don't Break My Heart Again , Wine, Women An' Song ecc. La formazione non è in grado di costruirsi una personalità.
Saints & Sinners (1982) finalmente principia il momento più maturo e valevole della loro carriera. Il mix di Blues, Rock'n'Roll, Hard Rock ed Heavy Metal è sostanzialmente il medesimo ma le canzoni sono più articolate, come dimostra Crying in the Rain. I brani più diretti sono invece aggressivi e trascinanti come Young Blood, Rock An' Roll Angels e Victim of Love. Diversi di questi brani, però, sembrano appartenere ad una band fra quelle che ispirano la band e nella lista dei più "imitati" ci sono forse gli AC/DC (Victim Of Love, p.e.) o i Led Zeppelin (la title-track).
Slide It In (1984) aggiunge Gambler (di nuovo AC/DC), la title-track (un po' più alla Kiss), Give Me More Time (AC/DC), Slow An' Easy e Hungry For Love, ma la solfa è sempre la stessa, trita e ritrita, semplicemente è incanalata in canzoni più orecchiabili e più equilibrate.
1987 (1987, conosciuto anche come Whitesnake e Serpens Albus) riuscirà finalmente a garantire alla band un successo planetario. Non ci sono particolari innovazioni ma i brani completano la maturazione della formazione che è adesso capace della Led-Zeppelin-iana Still of the Night, probabilmente il loro capolavoro. Crying in the Rain, Children of the Night e Bad Boys aggiungono brani valevoli, fra momenti più morbidi ed altri più aggressivi seguendo i soliti punti cardine. Il sound si è irrobustito ed è più compatto, ormai influenzato fortemente dall'Heavy Metal seppure con costanti influenze da Pop/Rock, unendo melodismi e riff di chitarra affilati, mentre Coverdale ha probabilmente la sua migliore prova vocale. Dopo dieci anni di carriera la band riesce finalmente a pubblicare un album che valga la pena di essere annoverato fra i lavori di seconda fascia dell'Hard Rock britannico (con un po' di generosità), uscendo un po' dal calderone dove si mescolano le miriadi di formazioni Hard Rock/Blues/Pop degli anni '80. Non basta però questa manciata di canzoni a risollevare la formazione da quell'alone di derivatività che continua a pervadere la loro musica, seppure in questo particolare frangente ci sia un po' più di personalità nei brani.
Slip Of The Tongue (1989) spenge subito gli animi tornando ad un lavoro mediocre come loro solito. Cheap an' Nasty è più una autocitazione che una nuova canzone e solo Judgment Day e la title-track continuano il buon momento di 1987.
Restless Heart (1997) ripropone il medesimo sound del 1989 ma dopo 8 anni di iato questa miscela di generi è semplicemente ancora più vecchia e prevedibile.
Good To Be Bad (2008) suona come il solito Hard Rock della band tinto di sfumature Post-Grunge (Can You Hear The Wind Blow). Se un cambiamento c'è stato è dovuto ad un suono più tagliente e corposo nei momenti più vivaci. Questi elementi ed un buon songwriting aiutano Best Years, Call On Me, All For Love e Summer Rain a diventare alcuni dei loro brani più valevoli, nonostante originalità e innovazione siano ancora bestemmie. Si tratta, incredibilmente, anche di uno dei loro album più coesi, con un livello qualitativo abbastanza costante ed una buona armonia interna alla tracklist. Bon Jovi andrebbe fiero di questi brani, che hanno il medesimo spessore artistico delle sue migliori opere.
Voti:
Snakebite 4
Trouble 5
Lovehunter 5
Ready An' Willing 6
Come an' Get It 5
Saints & Sinners 5,5
Slide It In 5,5
1987 6,5
Slip of the Tongue 5,5
Restless Heart 4,5
Good To Be Bad 5,5
( mercoledì, 11 novembre 2009; 17:51 )
I Weather Report sono una formazione statunitense che può contare su nomi notevoli del mondo del Jazz e del Jazz/Rock.
La forza della loro musica risiedeva nello scardinare il Jazz dall'attenzione sul solista, rendendolo una musica densa, stratificata e d'impatto come il Rock ma senza perdere eleganza, varietà stilistica e abilità compositiva. Soprattutto la band toglieva la sezione ritmica dal ruolo che aveva avuto per anni, alternandola a parti melodiche e trasformando strumenti invece tipicamente melodici in ritmici, in un continuo alternarsi che non vedeva prevalre praticamente nessuno strumento, una nuova forma di equilibrio che così fondeva Jazz, avanguardia e stralci Rock che si intravedono fra le composizioni. Joe Zawinul suona il piano tanto da farlo somigliare ad un synth; Wayne Shorter suona magnificamente il sassofono fra il sognante ed il docile; Miroslav Vitous inizia la rivoluzione al basso che verrà continuata da Pastorius; il resto della band, con i vari collaboratori, contribuisce in un unicum affascinante.
Weather Report (1971) appartiene così a questa "Fusion" che ingloba Folk, Rock, Jazz, Funk in modo sofisticato e piacevole, affermando la formazione come un organismo unico e incredibilmente compatto per una jam caleidoscopica. Per quanto siano forti i segni della derivazione Jazz (in primis Davis), Orange Lady e Waterfall guidano l'album verso l'Olimpo del Jazz/Rock mentre Milky Way completa i brani migliori, seppure l'opera sia significativa nel suo complesso, nell'idea che sta alla base dell'interazione interna del gruppo, nei brani che sfruttano ogni strumento in modo proficuo, ripudiando il virtuosismo e l'improvvisazione logorroica del singolo, il "solo" narcisistico, insomma rendendo il Jazz una musica oltre i suoi clichè, proiettata verso il futuro come forse solo Davis stava riuscendo a fare in periodi coevi (ma precedentemente, non a caso Shorter e Zawinful parteciparono ad alcuni album fondamentali del jazzista).
I Sing The Body Electric (1972) sublima questa jam equilibrata, così mirabilmente sospesa fra tradizione e modernità, in Vertical Invader/T.H./Dr. Honoris Causa, 11 minuti in cui ogni strumento aggiunge dettagli ad un vivace balletto Jazz/Rock. Unknown Soldier mostra quanti "tempi" la formazione sia in grado di dipingere, dalla serenità all'ansia in 8 minuti magici di abilità pittorica. Le influenza di musiche dell'est attraversa il caos ordinato di Surucucú che non mancherà di affascinare gli Area e mostrare sfregi di chitarre cacofoniche e scariche di batteria. Il Jazz classico è ormai un ricordo, come dimostra Directions, con chitarra elettrica fragorosa: la band è giunta ormai ad un mix culturale e stilistico personale, che ingloba le varie personalità sovrapponendole in composizioni profonde e articolate, che condensato e stratificano l'impatto di ogni "apporto" solista.
Mentre i Can ed i Faust proponevano l'idea di un Rock improvvisato nuovo e "totale" i Weather Report operavano una simile operazione con il Jazz, senza mancare di segnare la Storia del Rock avvicinando in modo irreversibile i due generi, non per primi ma in uno dei modi più efficaci e diretti e, come raramente è accaduto, partendo dal lato del Jazz invece che da quello del Rock. I Weather Report diventano una istituzione della Fusion ma anche una delle formazioni chiave della Storia del Jazz. Si tratta in fondo di figure emblematiche di due mondi che non disdegnano di dialogare apertamente, superando le barriere di generi e di tradizioni ma anzi rinnovando ed ammodernando, fondendo e commistionando.
I Weather Report hanno promosso con questi due album uno "stile", un "sound" che segneranno la fusione Jazz/Rock in modo evidente, completando l'opera di Davis. Sono album godibili ma anche programmatici, manifesti di un criterio compositivo ed estetico.
Sweetnighter (1973) con Boogie Woogie Waltz (13 minuti) e 125th Street Congress (12 minuti) è meno "denso" e "stratificato", meno frizzante e imprevedibile nel suo "jam", un album lineare per i loro standard che sembra quasi concludere un'era di grande ispirazione per segnare l'inizio di una più matura, di stabilizzazione artistica. L'eccezione è Non-Stop Home, una drum'n'bass con tre lustri di anticipo, un tripudio ritmico per decorazioni melodiche. Si tratta dell'album più curato nella forma ma anche il meno personale, con ritmi latini e Funk, qualche refrain accattivante ma una minore sintesi enciclopedica. Un episodio come Will appare inconcludente, Adios sarebbe stato un brano minore dei precedenti album, a dimostrazione di una parziale crisi artistica e Manolete autocita il loro passato.
Mysterious Traveller (1974) aggiunge Nubian Sundance e la title-track, ma si conferma perduta la densità dei primi lavori e si conferma ripetuta l'idea di base delle composizioni. La formazione rimaneggiata ad ogni album cerca anche questa volta un equilibrio fra improvvisazione, melodia e imprevedibili mutamenti, ma si mostra spesso come un appendice delle idee degli esordi.
Tale Spinnin' (1975) è molto più percussivo e ritmico. Man In The Green Shirt è il momento migliore ma il resto suona più canonico dei loro migliori momenti, meno personale, più prevedibile e meno profondo (Five Short Stories, p.e.).
Black Market (1976) rimaneggia di nuovo la formazione che adesso vede, fra gli altri, Jaco Pastorius al basso, capace nella sua carriera di concludere l'ampliamento del ruolo dello strumento nella economia della band, trasformandone definitivamente l'uso e sciorinando le tecniche più disparate e variegate (vedi Barbary Cost su quest'album). I brani sono orientati ad una World Music in Black Market e Gibraltar, con l'aggiunta di Cannon Ball dedicata al compianto Cannonball Adderley. Zawinul è sempre il principale compositore ed anche l'anima di tutta la band nel corso di una carriera che ha visto avvicendarsi decine di figure differenti ai vari strumenti. L'album, dal canto suo, è al solito professionale e orientato all Jazz/Rock, ma aggiunge poco a quanto la band abbia già detto e ridetto.
Heavy Weather (1977) vende spiccare soprattutto Pastorius, capace di diventare spesso il protagonista col suo basso (che suona come una chitarra, dà ritmo e diventa sempre più personale e variegato) grazie anche alla scarsa identità di brani come A Remark You Made o Palladium, formalmente ineccepibili ma niente di più. Ci si diverte di più nel tripudio percussivo di Rumba Mama, storicamente inutile ma energico ed accattivante. Un album formalmente notevole ma poco significativo per la musica del '900. Per molti sarà il "capolavoro" della formazione, probabilmente anche grazie al celebre brano Birdland, invero uno dei più riusciti del repertorio.
Mr. Gone (1978) è infarcito di ritmi ballabili e stralci Disco, fra i synth ed i sax. Pastorius ruba spesso la scena, ma non c'è un brano che svetti sugli altri. Una pulita, elegante e professionale raccolta di brani che si fanno ricordare malamente e che mostrano una formazione poco coesa ed affiatata, che sfoggia sostanzialmente in Joe Zawinul e Jaco Pastorius due leader autoindulgenti.
8:30 (1979) è in gran parte un live che mostra le capacità notevoli della formazione ed un Pastorius che continua a rubare la scena, confermandosi ormai uno dei più grandi bassisti di sempre (ma anche un virtuoso compiaciuto). I lunghi assoli e l'autocompiacimento hanno però ormai sotterrato lo stile degli esordi, quelli per i quali i Weather Report hanno cambiato il Jazz/Rock per sempre.
Ormai sono un rodato gruppo di veterani quelli che pubblicano Night Passage (1980), un album diviso fra virtuosismi e clichè autodefiniti. Weather Report (1982) è solo un brutto spunto per un album omonimo: i Weather Report sono stati molto più di questi talentuosi virtuosi. Joe Zawinul assieme a Pastorius è il protagonista di questa fase, che vede l'evoluzione dei suoi synth verso un suono più ampio e caleidoscopico.
Perso Pastorius, Zawinful e Shorter guidano i successivi Procession (1983), Domino Theory (1984) e gli imbarazzanti Sportin' Life (1984) e This Is This (1986), segnando un declino inesorabile che porta la formazione a suonare senza un briciolo di personalità, spargendo pochi minuti di musica interessante in 4 album mediocri o, nel caso degli ultimi due, indignitosi.
Voti:
Weather Report 8
I Sing The Body Electric 8
Sweetnighter 7
Mysterious Traveller 6,5
Tale Spinnin' 6,5
Black Market 6
Heavy Weather 6,5
Mr Gone 5
8.30 6,5
Night Passage 5
Weather Report 5
Procession 4,5
Domino Theory 4,5
Sportin' Life 3,5
This Is This 3,5
( martedì, 10 novembre 2009; 23:14 )
Mangio la notte e sono quel che mangio. Fagocito i miei sogni, sminuzzati e tritati li ingoio senza rimorso, come una bestia dannata ingoia fango, ingoia lava, ingoia letame. Mi sconfigge il sole che mi attraversa come ogni pensiero di ogni persone. Mi ustiona ogni luce, ogni sentimento mi mette sconforto. Il rimpianto ed il rimorso si adagiano fra i baci di ogni innamorato, in ogni movimento dolce, in ogni sospiro. Il cuore è come strappato via dal mio torace sventrato ogni minuto che passa e penso alla negazione del presente che sono, al mio camminare vacuo ed lla mia anima empia. Vorrei solo spofondare in un mare di rumore bianco come la neve, in un sibili che vi distrugga i timpani. Un momento d'estasi, di pienezza vitale, poi il silenzio, l'assenza, il vuoto, la morte. Una bianca, silenziosa, docile morte. Come negazione di quello che era. Come me, adesso.